Musica

Si fa presto a dire musica indie

mardi gras

Una chiacchierata con Fabrizio Fontanelli, della band indie Mardi Gras. Ma che significa indie..?

Indie ’90

Cosa vuol dire oggi il termine “Indie”? A cosa si riferisce? Quando eravamo negli anni ’90, seguire la musica indie, indipendent, per me voleva dire puntare il cuore e l’anima verso la Rough Trade, farmi ammaliare dagli Smiths, o da tutta la musica fantastica che veniva dall’Inghilterra, Scozia o Galles.

Leggevo Nme, Melody Maker e l’irlandese Hot Press, e era fantastico assistere a un’esplosione di suoni, di energie: tutto il Regno Unito ballava con i suoni della Creation, l’arrivo degli Stone Roses, i Primal Scream, lo shoegaze degli immensi Ride, di cui collezionavo i cd singles.
Attraversavi l’oceano ed ecco i Pixies: seminali, band che ha influenzato miriadi di gruppi da venire.

A Dublino giravano le prime energie post boom degli U2, tanti artisti cominciavano a incidere le loro prime canzoni e a farle girare in città.
Seguire la musica indie era, oltre che un gusto musicale, un’attitudine di vita stessa, un voler cercare altro, lasciare il mainstream e rifugiarsi in quel particolare cd, in quel particolare ep e seguire tutti i suoni che magari venivano passati in qualche radio a notte fonda, o che qua in Italia faticavano ad arrivare se non di importazione in negozi come “Disfunzioni Musicali” o “Revolver”, qua a Roma.

Tutto cambia. Anche l’Indie: la musica indipendente oggi

Ora tutto è cambiato. Melody Maker non esiste più, Nme e le altre testate musicali non sono più così “opinion leader” come furono all’epoca. Tutto è mischiato, la carta stampata arranca, il web la fa da padrone, la musica scorre fluida sui social network, e il termine indie o indipendent si è un po’ svuotato di significato, perché ora, con la crisi delle case discografiche, in fondo siamo tutti independents, basandoci sulle nostre forze, e sulle nostre finanze quando si può, in questo sì aiutati dalle tecnologie a eliminare delle spese vive, a volte però a discapito del fattore umano, che viene messo in secondo piano: basti pensare alle sale prove, e al fatto di trascorrere ore assieme, creando quella canzone e quel riff (ricordo come fosse difficile trovare ore libere nei calendari delle sale prove a causa degli affollamenti…).

Per me e nel mio percorso di vita con i Mardi Gras, l’indipendenza artistica è sempre stata fondamentale e necessaria.

L’Indie dei Mardi Gras

mardi gras

Era il 2006 quando uscì “Drops Made”, la prima autoproduzione a nome Mardi Gras, un pugno di brani scritti con due chitarre, una voce, un contrabbasso e una batteria molto ridotta. Registrammo il tutto in uno studio casalingo, con la sala della registrazione voci che dava su una macchia di verde, con una pace sublime.

Trovammo sì una distribuzione nazionale come Goodfellas, ma il tutto fu finanziato da me, compresa la stampa dei cd, l’artwork, le pratiche siae… Un percorso impegnativo per chi si affacciava per la prima volta in questo mondo, ma fu molto eccitante vedere che un pezzo della tua vita stava venendo su in quel modo, con quei colori, e sentirsi alla guida della tua macchina sulla strada che volevi percorrere.

Uscimmo autoprodotti dunque, e in breve tempo le radio americane e europee cominciarono a passare i nostri brani, con mia grande sorpresa. Si poteva dunque essere indipendenti anche qua in Italia e varcare mari e oceani!

Il mondo musicale e artistico in quel periodo era in fermento, la crisi delle case discografiche e il nascere del primo social network dedicato alla musica come Myspace fecero da miccia all’esplodere di energie incredibili: ogni giorno nasceva un nuovo fenomeno nella musica indipendente che macinava ascolti su ascolti su Myspace Player, ormai termometro di cosa andava e cosa no.

I nostri brani erano seguitissimi, si suonava spesso in giro e Myspace divenne sempre più il nostro “muretto” dove si incontrava la nostra gente, e dove sperimentare anche con immagini, artwork e molto altro.

Quando uscì la seconda produzione esecutiva nel 2011, il panorama era totalmente diverso: Myspace era in netto declino, le autoproduzioni imperversavano, la crisi del cd era sotto gli occhi di tutti, e la musica iniziava a scorrere, come dicevo prima, su Facebook e gli altri social network.

Ma, per uno come me, cresciuto tra vinili e cd, questi ultimi (e ovviamente i primi) conservavano intatto il loro fascino, e non potevo che volere questo per la nostra seconda autoproduzione.

L’incontro con una persona come Ermanno Labianca, cultore e esperto di musica di tutto il mondo, fece il resto.

Diede al nostro “Among The Streams” una casa dove si aggiravano altri grandi artisti, alle prese con le molteplici sfaccettature del rock n’roll.
Ermanno, in tempi di crisi come questi, ha rovesciato il tavolo e ha creato un’etichetta proprio quando le etichette stavano chiudendo, ha raccolto, e sta ancora raccogliendo attorno a sé, persone e autori che raccontano delle storie, che hanno cuore e anima rivolti verso le stelle e hanno polvere sui loro stivali, artisti che macinano chilometri per fare sentire la loro musica, basandosi totalmente sulle loro forze e su un sano sapore di whiskey sul palato. Il nostro viaggio tra sapori americani e irlandesi trovò così una casa e una compagnia perfette!

E ora che stiamo lavorando e finendo il nostro terzo lavoro, siamo ancora qua ad autoprodurci, sempre basando il tutto sulle nostre forze e il nostro tempo. Sempre dietro al volante di una macchina che negli anni ha cambiato spesso passeggeri, ma che ha tenuto alta la volontà di percorrere miglia a modo suo, senza nessuno che dovesse imporle un tragitto, o un paesaggio da vedere.

Ci affideremo ancora una volta al cd: sarà un cd molto composito e vario, il nostro “white album” per varietà di scrittura e di scenari. Una autoproduzione veramente impegnativa in un panorama di musica mordi e fuggi, dove tutto si consuma in pochi attimi e ben poco resta tra un click e una vignetta sui social networks.

Devo ringraziare i miei bandmates per il loro totale entusiasmo e tempo prezioso passato nel cercare quel particolare sapore e figure ritmiche. Ci crediamo, ci credo ancora, credo ancora in quella persona che entrò nel piccolo studio casalingo nel 2005 a lavorare con entusiasmo, ingenuità e tanta passione a una manciata di brani sghembi, ma con tanto cuore. Quel cuore batte ancora, e mi auguro trovi sempre moltissimi motivi per continuare a farlo, indomito e con la volontà di raccontare delle storie, perché, alla fine della giostra, quello siamo…

Racconta storie che bussano alle vostre porte.

You Might Also Like

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>